da CavalloGoloso » dom 24 gen, 2016 13:47
Il colombo Giovanni
Imparammo a comprendere la loro inguaribile diffidenza. Era il risultato di una rigida educazione impartita loro dal severissimo padre.
Non so quanta parte ebbe in questo la madre. Non me ne “parlarono” mai.
Da quanto mi "raccontarono" compresi che il papà non aveva saputo elaborare, nella propria psiche di genitore innamorato delle proprie creature, l'handicap delle figlie. Per questo le aveva debitamente istruite insegnando loro, col rigore d’un maestro d’altri tempi, ad essere accorte con tutti coloro che si fossero loro avvicinati. E loro, diligenti scolare, avevano imparato e messo in pratica ogni precetto.
Si erano diplomate in diffidenza.
Tutti erano dei potenziali approfittatori, tutti avrebbero potuto portare via loro quanto di più prezioso avessero e, quando le sorelle mute compresero che gli insegnamenti paterni le avevano rinchiuse in una gabbia dorata, era ormai troppo tardi per uscirne.
Mai ribelli, Giovanna e Maria, si ritrovarono, avanti con gli anni, dedite solo ad assistere i genitori ormai vecchi e, rimaste sole dopo la loro morte, dovettero inventarsi la vita.
Solo Giovanna c'era riuscita, grazie a una leggerezza d'animo che Maria, invece non possedeva. Giovanna fluttuava nella sua gabbia con le sue movenze soavi. Mi sembrava che il suo connubio col colombo l'avesse resa simile al volatile più di quanto lei stessa immaginasse.
Si dice che l'affiatamento conduca, col tempo, gli sposi anche a una somiglianza biologica e, se il tempo che lei aveva trascorso con Giovanni in quella masseria di Mineo, dove questi l'aveva accolta come una regina e presa in sposa, non era stato sufficiente per fonderli come poteva presagirsi guardando la loro felicità, questo era avvenuto, dopo, col colombo cui Giovanna aveva dato il nome del marito morto prematuramente. Impettito e dall'andamento circospetto pascolava per casa in piena libertà e autonomia. Non camminava per terra ma sui mobili e raramente lo si vedeva svolazzare. D'un grigio azzurrognolo, sporgeva il capo dal petto candido. I suoi colori non erano insoliti, insolito era il suo spadroneggiare in quella casa che pareva conoscere meglio di qualunque altro posto. Mi raccontarono d'averlo trovato nel cortile interno, dove c'era piantato il fico, la prima volta che fecero rientro nella casa in cui erano cresciute e da cui erano state lontane per i tempo che era durato il matrimonio di Giovanna. Come accade in questi casi, qualche briciola di pane era bastata a fare si che il volatile s'affezionasse a Giovanna e questa al colombo. Mi dissero che era entrato subito in casa, la prima volta che dimenticarono aperta la porta della cucina-soggiorno che dava sul cortile; aveva bevuto da un bicchiere che era stato lasciato pieno sul tavolo, lo avevano capito perché, accanto al bicchiere, aveva lasciato una traccia "inequivocabile" del suo passaggio, evidentemente, prima di appollaiarsi sulla sdraio in cui era solita sedersi Giovanna e li addormentatosi aveva atteso il ritorno delle sorelle mute.
Rammento il loro racconto del rinvenimento del piccione in casa come una delle più belle rappresentazioni "teatrali" a cui mi sia mai stato dato d'assistere: Ciascuna per proprio conto, le sorelle, descrivevano con movimenti, gorgheggi e smorfie, ora il loro ingresso in casa, ora il disappunto nel constatare che avevano dimenticato di chiudere quella porta, ora lo schifo provato nello scorgere gli escrementi che, però, sembravano disegnare una suggestiva "natura morta" col bicchiere semipieno d'acqua, e, infine, la paura provata da Giovanna che stava per sedercisi sopra a quel batuffolo di piume che quasi si confondeva col colore del tessuto con cui avevano rivestito la sdraio.
Da quel giorno il Piccione non s'era più allontanato dalla casa diventandone un legittimo detentore. Non si faceva, però, avvicinare da altri che non fossero Giovanna: s'arruffava e volava via, il suo sbattere le ali, a mezz'altezza dal suolo, era l'inequivocabile gesto di stizza con cui l'animale notificava la propria diffidenza e "teneva le distanze". Con Giovanna era tutta un'altra storia: a lei tubava, le si avvicinava dritto col classico incedere di questa specie di volatili, ondeggiando avanti e indietro il capo e le permetteva di vellicargli il collo, quasi fosse un gattino. Le beccava dolcemente il dito e, cosa estremamente suggestiva a vedersi, le salive in grembo, le avvicinava dolcemente il becco alle labbra e, quasi fosse timoroso di farle del male, gliele sfiorava con un bacio nel quale Giovanna, mi diceva, cogliere la "presenza" del marito. Era stata una storia d'amore breve e intensa, Giovanna teneva sempre vicino a se una foto del marito. Era un uomo corpulento ma non grasso, molto stempiato con occhi grandi e distanti, aveva una carnagione rosacea e la avvolgeva con forza e, a un tempo, tenerezza, lo sguardo di Giovanna fisso sul volto di lui dava conto d'un sentimento ancora giovane, nemmeno minimamente usurato o corrotto dal poco tempo trascorso insieme; quel genere di sentimento che, se vissuto, genera la prole; quel genere di sentimento che, se offeso, può condurre alla follia. La morte era stata carogna coi due amanti di quella foto, aveva strappato, in un sol colpo, Giovanni alla vita e l'anima a Giovanna che, di quell'amore, non ne aveva assaporato che l'inizio, e che, di tanta ferita portava le stimmate chiaramente leggibili nei dolcissimi tratti del suo volto e nel suggestivo bagliore dei suoi occhi. L'ho scorsa più d'una volta, ignara della mia attenzione, condursi al petto quella foto socchiudendo gli occhi e soffocando il pianto.
S'hana satari centu piatti vacanti pi nni pigghiari unu chinu!
-Tony-