L'uomo Delle Sorelle Mute

Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda CavalloGoloso » ven 01 lug, 2016 22:18

zupippinu ha scritto::inchino: :inchino: :inchino: Dai Tony,non farci aspettare tanto, anche se qualche passo io lo so già!

Giuseppe, se questo WE non arrestano nessuno dei miei clienti ancora liberi, ti prometto che ne carico un altro pezzo!
Il titolo del capitolo sarà: "Piovevano pietre e il geometra Nicodemo"
Grazie e biona notte
Ps
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda CavalloGoloso » gio 13 ott, 2016 07:57

L'uomo delle sorelle mute -Piovevano Pietre-

La casa delle sorelle Grosso era realizzata su due piani: quello rialzato, abitato da loro e quello superiore, dove alloggiava Nelson e la sa famiglia.
La scala che conduceva al piano superiore, poi, proseguiva fino a una grande terrazza che copriva, per almeno la metà, l'appartamento dei badanti e, quindi, metà della pianta dell'intero edificio; mentre, l'altra parte della costruzione aveva una copertura pendente in coppi siciliani.
Era accaduto, alcuni mesi prima che Maria si ammalasse, che le sorelle mute, ci avessero condotti proprio in quella terrazza.
Ci raccontarono in quell'occasione, con la loro solita elegantissima mimica inframezzata dai suoni striduli e in parte nasali della voce che riuscivano ad avere, che, qualche anno prima di conoscerci, avevano tribolato parecchio a causa di quello spazio aperto sovrastante la casa da cui si erano verificate copiose infiltrazioni d'acqua durante le piogge invernali.
Che avevano incaricato un muratore il quale aveva lavorato parecchi giorni mettendo a soqquadro tutto.
Che la polvere si era insinuata in tutti gli anfratti dell'edificio e che se l'erano ritrovata perfino nel letto e nell'acqua e che l'invasione del loro spazio vitale da parte delle maestranze era stata una cosa difficile da sopportare.
Che Giovanna si era perfino depressa, come quando era morto Giovanni, e che c'era voluto molto tempo perché si riprendesse. Che a causa delle infiltrazioni di era scrostata pure la facciata in prossimità della linea del solaio.
Ma, per fortuna, quelle sofferenze erano state ripagate dalla soluzione definitiva del problema, perché, dopo il rifacimento della terrazza, non si era più infiltrata nemmeno una goccia d'acqua e che, perciò, ora, erano tranquille!
Non capivo il perché di quel racconto ne capivo da cosa fosse stata generata quella situazione. A dire il vero, c'erano state una miriade di circostanze nelle quali avevamo incontrato le sorelle mute senza comprendere, il perché le avessimo incontrate. E quella sembrava proprio una di tali circostanze.
Ma, in quella occasione Maria e Giovanna sembravano particolarmente agitate e intuivamo che dovevano avere uno specifico intento per cui quel giorno ci vollero incontrare.
Ma Non comprendevamo quale fosse la loro preoccupazione: la terrazza era stata opportunamente impermeabilizzata e loro erano felici di questo. Quale paura ulteriore avrebbero dovuto avere: eliminata la causa delle infiltrazioni queste non si sarebbero più verificate!
Maria, però si agitava mostrandoci, insistentemente, la vistosissima screpolatura dell'intonaco lungo il lato della facciata della loro casa che dava a nord, e continuava a sbiascicare parole gracchianti ribadendo che quel danno si era verificato a causa delle infiltrazioni. Ma questo ci sembrava evidente e irrilevante!
Guardavo e ascoltavo Maria che, in quel momento, mi pareva affatto muta, ma, non riuscivo , comunque, a dare un senso alle sue "non parole": aveva, ovviamente, anche se la sua era una menomazione parziale, un vocabolario poverissimo e, funzionale, per lo più, alle sue necessità quotidiane, per questo, pensai, non riusciva a dirci ciò che, sebbene mal pronunciato, ci avrebbero consentito di capire quanto stava pensando.
Giovanna, dietro di un passo rispetto alla sorella, agitava le braccia portandosi le mani vicino al volto su cui si disegnavano decine di ritratti che lasciavano sempre venir fuori il blu dei suoi occhi su cui, si capiva, lei riponeva una grande forza comunicativa. Le sopracciglia convergevano e svettavano verso l'alto.
Qualcosa che loro ritenevano importante le preoccupava, era chiaro, e il continuo indicarci la parte esterna del parapetto della terrazza dove più erano visibili i segni della copiosa quantità d'acqua che si era infiltrata, doveva avere un nesso con quanto, inutilmente, cercavano di rappresentarci. Ma, né io, né mia moglie riuscivamo a capire cosa. Ci guardammo perplessi alzando le spalle a indicare loro che "non capivamo”.
Avremmo compreso, ma solo dopo, molto tempo dopo, cosa intendesse Maria. Alla fine, ella era esausta e avvilita, così aveva lasciato perdere ogni ulteriore tentativo di trasmetterci il suo pensiero, che, lo intuivamo dal loro volto deluso, le sorelle ritenevano che noi ci rifiutassimo di comprendere o che , comunque, non ci mettessimo l’impegno necessario.
Maria aveva abbassato le braccia indispettita e ci aveva girato, di scatto, le spalle e con lei Giovanna in un sincronismo assoluto che ci aveva lasciati a bocca aperta in quanto ulteriore prova dell’innata, simmetrica, eleganza delle loro figure. Il loro precederci veloce fino all’uscita, dove ci accompagnarono in assoluto silenzio, ci fece sentire in colpa quel pomeriggio, ma dimenticammo presto l’episodio.
Accaddero tante cose da allora, e tante volte avemmo modo di incontrare le sorelle senza che il discorso sulla terrazza fosse ripreso.
Non collegammo, perciò, in alcun modo con quella faccenda la concitata telefonata che la solerte vicina ci fece nelle prime ore del pomeriggio, quando già erano trascorse parecchie settimane da quando Maria era stata dimessa dall’ospedale. Perentoriamente ci disse di andare a casa delle Grosso perché era successo un guaio.
Null’altro nella voce alterata dall’altra parte del filo, che chiuse repentinamente la conversazione. La cosa ci allarmò. Il malanno di Maria aveva avuto una repentina evoluzione? Giovanna stava male? inevitabilmente i miei pensieri preoccupati andavano alla salute delle Sorelle mute anche se ogni allarme era sedato dalla consapevolezza che esse non fossero sole: Nelson doveva essere in casa a quell’ora e con lui la moglie, la vicina aveva chiamato da casa loro, quindi non era il caso che mi agitassi. Se qualcuno stava male, prima di me avevano, sicuramente, chiamato un’ambulanza o un medico e, poiché, percorrendo il tragitto che facevamo quotidianamente per andare in studio, ci trovavamo ancora nei pressi di casa loro, ci precipitammo senza indugio e, dopo pochi minuti, stavamo già bussando al portone delle Grosso.
Quando giungemmo a casa di Giovanna e Maria la situazione, però, ci si presentò diversa da come avremmo potuto immaginata: le sorelle ci aspettavano dentro l’androne d’ingresso, appena dopo il portone , entrambe con una faccia alterata e uno sguardo di rimprovero che mi portò indietro nel tempo.
Alla prima occhiata che rivolsi loro, capii, come se mi si fosse squarciato quel velo di ottusa incomprensione che mi aveva offuscato il pensiero da quella volta in terrazza.
Non so quanto dipendesse dalla loro espressione che, mi parve chiaro, null’altro volesse dire se non: “ Te lo avevamo detto, imbecille”, oppure dal manto di polvere che imbiancava il vestito nero di Giovanna, fatto è che capii, finalmente capii, senza avere bisogno di alcuna percezione concreta, che al piano di sopra erano “scoppiate le pignatte”.
Era, cioè, accaduto che le infiltrazioni di qualche tempo prima avevano determinato un processo di ossidazione dei ferri che armavano il solaio. Questo processo aveva dato luogo a un aumento di volume delle armature che, premendo in maniera sempre maggiore sui laterizi, le pignatte appunto, che secondo l’arte della muratura si appongono nella parte sottostante del solaio nella fase della sua posa in opera, ne aveva determinato la rottura.
Il fenomeno è tutt’altro che raro e mi era assolutamente noto per essermene occupato in passato in alcune cause di risarcimento danni. Ma, inspiegabilmente, quelle esperienze professionali, non si erano affacciate allo strato cosciente della mia mente quando Maria, mesi prima, aveva cercato di palesarmi la sua preoccupazione circa lo stato della loro terrazza. Adesso mi era tutto chiaro e tutto assolutamente e colpevolmente prevedibile!
Salii di corsa al piano superiore e le sorelle dietro di me gorgheggiavano e urlavano le loro parole difettose. Appena aperta la porta d’ingresso dell’appartamento mi si parò davanti agli occhi uno spettacolo “apocalittico”: la polvere galleggiava nell’aria e, come una nebbia, ottundeva i miei sensi. Udii solo le parole gracchianti di Maria che mi stava dietro dicendo: “piovevano pietre” mentre, in quel medesimo istante vedevo avanzare verso di me la figura di Nelson che sbucava dal biancore dell’aria contrastando, per via di quel suo color melanzana, con l’atmosfera quasi onirica di quell’incredibile palcoscenico.
Via via che passavano i minuti, grazie al fatto che la porta d’ingresso aperta aveva, finalmente, determinato una corrente d’aria, l’appartamento si stava liberando da quella insidiosa nube che si stava spostando per le scale, rendendo visibile il disastro: Il tetto sembrava una ferita sanguinante per via del colore rosso delle pignatte rotte, il pavimento coperto da un tappeto di calcinacci, la coppia di Mauriziani imbiancati anche nelle ciglia e il cucciolo di Nelson che, da dentro la culla nella quale era riposto e da dove nessuno aveva pensato di raccoglierlo, urlava la sua paura. Feci per prendere il bambino e mi accorsi che nella culla erano caduti pezzi voluminosi di intonaco e laterizi che, solo per caso non lo avevano ferito, o peggio.
Giovanna e Maria avevano trascorso, come ormai loro consuetudine, del tempo dai Nelson, li li avevano aiutati nella cura del bambino e, andando via avevano appena chiuso alle loro spalle la porta d'ingresso quando avevano percepito le vibrazioni che il crollo doveva aver determinato. Giovanna aveva riaperto la porta ed era stata investita dalla coltre di polvere che si andava formando mentre "piovevano pietre". Così continuava a gracchiare Maria per descrive ciò che, un passo dietro Giovanna aveva potuto vedere.
La scena doveva essere sembrata terribile e il pensiero rivolto ai mauriziani che erano dentro casa e quello che poteva essere accaduto loro aveva impaurito le anziane sorelle mute al punto che, richiusa immediatamente la porta, erano fuggite al piano di sotto.
Nelson e sua moglie, erano rimasti inebetiti dentro casa e percepito il disastro che si era verificato intorno a loro, tardavano a comprendere che sarebbe stato bene prendersi cura del piccolo che giaceva straziandosi dal pianto in quella culla a cui non prestavano, da perfetti inetti quali erano, alcuna attenzione. Non avevano aperto le finestre ed erano rimasti a brancolare tra i calcinacci fino al nostro arrivo generando in Giovanna e Maria, che non li avevano visti scendere, il convincimento che fosse accaduto il peggio.
Ultima modifica di CavalloGoloso il ven 11 mag, 2018 13:42, modificato 2 volte in totale.
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda masterbeat » gio 13 ott, 2016 08:30

CavalloGoloso ha scritto:Dall'ultimo mio messaggio con annessa promessa sono accadute tantissime cose che mi hanno tenuto lontano dal racconto.
Ma, un po meno puntuale di una sciagura, vi propongo un altro pezzo!



Ciao Tony, purtroppo come te sono stato anchio un po' lontano sia per problemi fisici che per altre vicende non facilmente raccontabili.
Però non potevo certo fare a meno di leggerti e congratularmi per l'ultimo tuo scritto, sempre più avvincente e interessante, da "allegare" all'ormai quasi libro.
Lo leggerò con calma, ma già dal primo sguardo promette molto bene. :inchino:



Purtroppo non è solo Maria che in certi momenti, sbiascica parole gracchianti. ;-)
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda CavalloGoloso » gio 13 ott, 2016 10:02

masterbeat ha scritto:
CavalloGoloso ha scritto:Dall'ultimo mio messaggio con annessa promessa sono accadute tantissime cose che mi hanno tenuto lontano dal racconto.
Ma, un po meno puntuale di una sciagura, vi propongo un altro pezzo!



Ciao Tony, purtroppo come te sono stato anchio un po' lontano sia per problemi fisici che per altre vicende non facilmente raccontabili.
Però non potevo certo fare a meno di leggerti e congratularmi per l'ultimo tuo scritto, sempre più avvincente e interessante, da "allegare" all'ormai quasi libro.
Lo leggerò con calma, ma già dal primo sguardo promette molto bene. :inchino:



Purtroppo non è solo Maria che in certi momenti, sbiascica parole gracchianti. ;-)

Grazie, Vincenzo!
Spero che, comunque, tutto vada per il meglio adesso!! A volte la vita si complica!! Altre volte si semplifica. Io penso alla mia esistenza come al respiro di uno con la Bronchite!!! mi auguro che la tua sia come il respiro affannato di un maratoneta!!
Un caro saluto!!
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda Paquito » gio 13 ott, 2016 14:45

Ho letto l'ultimo episodio, deve essere stata una scena da far rabbrividire!
Ciao, Pasquale
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda CavalloGoloso » gio 13 ott, 2016 14:59

Paquito ha scritto:Ho letto l'ultimo episodio, deve essere stata una scena da far rabbrividire!

Altrochè, Paquito! Tutto vero!! Ricordo il panico di quei momenti!! E sopratutto il mio senso di colpa per non aver capito quello che due anziane signore defedate e analfabete avevano intuito!
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda CavalloGoloso » dom 13 nov, 2016 19:42

-Il Geometra Nicodemo-

Stavamo tutti quanti seduti nel Salotto delle Grosso, tutti incapaci di mettere ordine nei pensieri, incapaci, a quel punto, di capire cosa dovesse esser fatto. Nelson e la sua famiglia erano fuggiti dalla casa prima che tutta la polvere di quel cataclisma si fisse posata completamente al suolo. Non avevano nemmeno salutato le sorelle mute nel timore che queste tentassero di trattenerli. Come i ratti, o gli scarafaggi erano spariti. Ebbi la sensazione che aspettassero che qualcuno aprisse quella porta per andare via, tanto la loro determinazione fu repentina e irrevocabile. Non ho memoria di alcuna discussione o dei loro bagagli davanti al portone come solitamente accade durante un commiato che, pure in qualche momento e in qualche strana forma, doveva esserci stato in nostra assenza. So solo che il giorno successivo al crollo i Nelson non c'erano più.
Le sorelle mute erano rimaste in uno stato di costernazione e fu molto difficile per noi riuscire a incoraggiarle dato che, a nostra volta, non sapevamo quale aiuto offrire loro.
Occorreva, innanzitutto, che qualcuno che fosse esperto valutasse quel danno e proponesse gli interventi necessari e dopo, solo dopo che l'appartamento fosse stato sistemato si sarebbe pensato a una nuova coppia di badanti. Senza una casa in buono stato da offrire nessuno avrebbe accettato di prendersi cura delle sorelle.
Loro non sapevano a chi rivolgersi, il muratore che aveva sistemato la terrazza era già anziano allora e poi non sapevano come cercarlo. A quel tempo se ne era occupato Codino e, oggi, non rispondeva più al telefono quando le grosso lo chiamavano. Lo stesso codino era diventato sfuggente e, opportunamente interpellato, aveva opposto il fatto d'essere particolarmente oberato da impegni vari per risolvere i problemi di coloro che gli avevano preferito altri affinché occupassero l'alloggio danneggiato. Gli si leggeva nel volto scavato una certa cattiva soddisfazione nell'opporre alle Grosso la sua "non disponibilità". Il naso gli si era ulteriormente affilato nel malcelato intento di coprire i denti, che avrebbero svelato un sarcastico sorriso, col suo labbro superiore, non meno affilato a causa dell'evidente sforzo "mimico" che stava compiendo.
Fu a quel punto che ci venne in mente chi avrebbe potuto, senz'altro, darci una mano: il Geometra Nicodemo.
Di nome faceva Renato e lavorava come impiegato in uno studio tecnico di progettazione di impianti di climatizzazione per grosse strutture ma, lo sapevamo per certo, arrotondava il suo stipendio dirigendo una piccola impresa con cui appaltava ristrutturazioni di abitazioni private. Ma come svolgesse quest'attività era un fatto avvolto dal mistero.
Aveva passato più di qualche brutto momento per via delle vessazioni a cui lo aveva sottoposto, dai tempi della sua separazione, la ex moglie che gli estorceva un assegno per il mantenimento di un suo figlio che egli le corrispondeva autoriducendolo di più della metà di quanto era stato stabilito dal Tribunale, colpevole, dal suo punto di vista, di non aver tenuto nel debito conto dati assolutamente oggettivi: Il suo reddito era drasticamente diminuito negli ultimi anni, sua moglie aveva, dopo il divorzio, ereditato un cospicuo patrimonio fatto di tanti piccoli immobili nel centro storico di Catania e il figlio, divenuto maggiorenne ormai da tempo, si rifiutava di incontrarlo forse per celare il fatto che lavorasse e, egli pensava, se così non fosse, per non sentirsi dire che era un inconcludente dato che non accennava a porre fine alla propria carriera scolastica per cercarsi, finalmente, un lavoro che avrebbe sgravato il geometra Nicodemo dal giogo economico che lo strozzava. La moglie lo aveva pure denunciato e io lo avevo difeso con successo in quel processo dove ero riuscito a far capire all'avvocato della moglie che sarebbe stato bene per loro fare un passo indietro nell'azione intrapresa perchè avevamo scoperto che la signora aveva avuto una bella ereditá e che correva qualche rischio avendo chiesto e ottenuto a sproposito il gratuito patrocinio.
Il geometra Nicodemo veniva in studio sempre con un aria dimessa e sempre afflitto da questo enorme problema da cui doveva difendersi occultando quanto piu possibile i suoi introiti lavorativi. Non sapevamo se avesse potuto aiutarci in questa circostanza, ma decidemmo di rivolgerci a lui comunque.
Si presentó a casa delle sorelle in sella alla sua bicicletta con cui lo vedevamo scorazzare spessissimo nei pressi del nostro studio. Magrissimo con indosso un vestito fuori moda "principe di galles", i capelli lunghi a coprirgli la nuca, tutti tirati indietro di un colore indefinito tra il grigio e il "rosso tiziano" che avevano avuto quando era ancora giovane. Gli occhi, poi, erano di un azzurro intenso e facevano pandant con la camicia, incorniciati in un paio di occhialini tondi, alla "Gramsci", che testimoniavano, secondo me, uno spirito politico ben definito che avrebbe dovuto garantire una certa morigeratezza nelle pretese che avrebbe avanzato per il lavoro che, nostro tramite, le Grosso gli avrebbero commissionato.
Il Geometra Nicodemo osservò l'appartamento danneggiato in ogni stanza e, con una schiettezza che mi impressionò, fece il suo prezzo. Chiese tremila e cinquecento euro in tre soluzioni, e disse che il lavoro sarebbe stato ultimato entro dieci giorni dall'inizio dei lavori. Si muoveva tra le macerie con disinvoltura, e guardava dei punti precisi del soffitto, in altri punti picchiava col manico di una scopa su ciò che restava per coglierne, dal suono del rintocco, lo stato. Era abile e di pochissime parole ciascuna delle quali esprimeva certezza e competenza. Non mi nascosi un certo stupore nel cogliere questo profilo di un individuo che, fino a quel momento, ritenevo assolutamente dipendente dai miei consigli legali. Le Sorelle mute, dal canto loro non batterono ciglio, e mentre Giovanna rimase con coi a guardare il Geometra Nicodemo che si muoveva disinvotamente nel loro spazio quasi fosse a casa propria, Maria si era allontanata per tornare subito dopo con una mazzetta di denaro contante che consegnò al professionista il quale contò le banconote in pochissimi secondi, facendole scivolare tra le dita con la stessa perizia di un cassiere di banca.
L'accordo fu così siglato, senza bisogno di alcuna interlocuzione e senza che le Grosso pretendessero ricevute di sorta, Segno che le parti si erano intese chiaramente e avevano colto le une nell'altro la serietà che si aspettavano.
La mattina successiva un plotoncino di operai Rumeni guidati dal Geometra Nicodemo fece ingresso in casa e, marciando come dei soldati ben addestrati, salirono le scale e fecero il loro ingresso in casa. Non vidi l'andamento dei lavori, ma solo la loro uscita, esattamente dieci giorni dopo, come promesso, con la stessa andatura con cui erano entrati e col geometra Nicodemo che li seguiva riponendo nella tasca destra la terza e ultima mazzetta di banconote che aveva incassato e contato pochi minuti prima.
Lasciarono l'appartamento pulitissimo, tutto era tornato come prima e le Grosso, guardando il soffitto tirarono un lieve ma intenso sospiro che intesi essere di sollievo.
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda Paquito » dom 13 nov, 2016 21:28

Ho letto tutto d'un fiato la puntata, molto bella!
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda CavalloGoloso » dom 13 nov, 2016 22:49

Paquito ha scritto:Ho letto tutto d'un fiato la puntata, molto bella!

Grazie, Pasquale, come sono solito dire mentre sto per trattare l'ultimo argomento di un'arringa difensiva "mi avvio alla conclusione"!!
Non concluderò al prossimo capitolo, ma ormai resta poco!!
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda CavalloGoloso » ven 11 mag, 2018 13:41

-L'Uomo- -par1-
Era di sera e la casa delle sorelle mute, come accadeva ogni giorno più o memo alla stessa ora, s'era illuminata di giallo. Le lampade a incandescenza erano utilizzate con un'abbondanza insolita allo stile di vita di Giovanna e Maria: sempre morigerate in tutto, non sembrava, invece, che badassero al risparmio quando si trattava di illuminare la loro dimora.
La luce gialla conferiva colore ai motivi floreali, altrimenti monocromatici, della carta da parati, ma non solo a quella: tutto quanto era contenuto nelle stanze sembrava assumere di sera una diversa fisionomia rispetto a quando era la luce diurna a illuminare gli ambienti. Anche gli umori di Giovanna e Maria, peró, notavo, acquisivano un abito differente, quasi si coprissero di un paltó, quasi che con la luce artificiale le loro anime tentassero di ripararsi dal freddo in cui degradava la piacevole frescura del giorno che aveva dato la quotidiana vitalità alle sorelle mute. Era ormai prossima la primavera e per questo le sorelle, come ogni anno nello stesso periodo, avevano smesso di riscaldare la casa, ma la temperatura, quell'anno, stentava ad alzarsi e la sera , anche quando una certa calura del giorno aveva lasciato intendere che non si sarebbero più patiti i rigori del febbraio appena trascorso, tornava a far freddo. Insomma il sopraggiungere delle "ombre lunghe del tramonto" imponeva di “fare cautela” e quest'accortezza, di cui Maria mi aveva messo a parte simulando un brivido accompagnato dal suo tipico rantolo acuto, era scandita proprio dal rituale dell'accensione delle lampadine. Maria Scaldò ciascuna delle braccia inguainate nelle maniche aderenti di un leggero cardigan nero con un'energica sfregata della mano opposta incrociando al petto gli arti. Questo compresi essere l'ordine impartito a Giovanna che, come sempre, costantemente, dall'angolo più remoto della stanza non allontanava la propria attenzione dalla sorella anziana. Qualunque cosa questa facesse o mimasse veniva da lei colto come fa il più attento dei maggiordomi col padrone di cui finisce con l'essere il puntuale interprete d'ogni muto desiderio o comando. Mi sorpresi a fantasticare su quest'abitudine e sulle mimiche che le sorelle adottavano nel dare corpo a questo rituale appreso, forse, altrove e in un altro loro tempo. Mi vennero in mente le scene di qualche film visto che riproduceva ben altri ambienti a cui, peró, le sorelle mute dovevano essere state avvezze in gioventù : dimore nobiliari illuminate da fastosi lampadari di cristallo che amplificavano la fioca luce delle innumerevoli candele che reggevano, ma anche applique alimentate a petrolio, e pesanti candelabri di peltro dorato venivano accesi all'imbrunire dalla servitù che, immagino, dovesse darsi un bel da fare affinché al “nobile padrone” non fosse recato disturbo dalla cavalcata del buio.
Giovanna e Maria avevano paura del buio.
Quella volta avevo avuto modo di osservare con quanta apprensione e cura si accingessero ad accogliere la sera e come Giovanna, al silente comando di Maria, avesse preso a svolazzare in sincronia col suo colombo per le stanze sfiorando gli interruttori e, prima che il buio facesse ingresso in casa, tutte le finestre che si affacciavano sulla strada restituirono all'esterno il loro bel colore dorato. Quel colore che, nelle altre occasioni di visite fatte alle sorelle dopo l'imbrunire, avevo percepito e tradotto come la piacevole constatazione del loro "essere ancora li".
Infatti, da quando Maria era stata male, non era più un fatto scontato che in casa Grosso la vita continuasse a incedere come prima.
Osservavo le sue mani adagiate, una sull'altra, sulle ginocchia coperte da una lunga gonna di bouclet color cammello. Constatavo anche, quanto le dita lunghe e sottili di Maria differissero da quelle di mia Madre che davano conto di un'esistenza ben più faticosa. Mi osservava coi suoi begli occhi azzurri e uno sguardo chiaramente preoccupato che interpretavo come se ritenesse ogni tramonto a cui potesse assistere una sorta di dono dal cielo poiché il suo malanno, evidentemente, nei giorni appena trascorsi, doveva averle dato qualche altro "morso", e lei stesse pensando di non avere più molto tempo da trascorrere su questa terra. Forse fu pensando a questa possibilità che aveva deciso di fare a me e a mia moglie dei piccoli regali attraverso cui, ritengo debba aver pensato, avrebbe potuto confidare nel nostro buon ricordo dopo la sua dipartita. Maria, da settimane, aveva smesso di fare qualunque sforzo vocale. Parlava solo coi gesti dei muti che, evidentemente, le costavano meno fatica. Giovanna, dal canto suo, sostava, come al solito, nell'angolo più arretrato nella stanza e osservava la sorella da dietro. Ne potevo cogliere lo sguardo attento ma anche ansioso. Maria porse a mia moglie un bel paio d'orecchini d'oro; due pendenti con una strana foggia a bozzolo, piuttosto pesanti e, apparentemente, di discreto valore. A me invece dette un orologio dalla cassa dorata, piuttosto sottile e col quadrante bianco, senza numeri, solo un segno che indicava la mezza. Il cinturino in pelle era usurato in prossimità dell'ultimo buco, segno che era stato indossato da un polso piuttosto grosso, la forma era tipica degli orologi che andavano di moda negli anni trenta o quaranta. Rammentai che mio padre ne aveva avuto uno simile, uno Zenit che, un giorno, gli cadde dentro la cisterna che c'era nel nostro vigneto e sul cui bordo lo aveva riposto perché non si bagnasse mentre si lavava le mani dopo una giornata trascorsa lavorando alla mondatura dei vitigni. Quella volta accadde che mio padre si era accorto che a pochi centimetri dalle sue mani c'era un grosso ramarro che -per via di quello che immagino fosse un difetto genetico- aveva una seconda coda che gli usciva dal dorso all'altezza delle zampe posteriori. Sembrava uno spillone che lo trafliggeva. Lo sperone, in verità fu una stranezza che mio padre mi disse di aver notato solo successivamente, dopo essersi ripreso dallo spavento che aveva fatto sì che ritraesse repentinamente la mano con cui aveva colpito l'orologio che, per questo, era caduto in fondo al pozzo. Fu piacevole per me indulgere in quel ricordo e sopratutto nel rammentare che, da quella volta, il ramarro aveva preso ad avvicinarsi sempre a mio padre quando lui si approssimava alla cisterna nelle cui vicinanze, evidentemente, l'animale si era fatto la tana. Era un fatto strano quello del ramarro e in casa se ne parlava con un certo stupore perché, pare, che quel tipo di rettile sia piuttosto diffidente e non fosse facile scorgerne uno e, sopratutto, che si facesse toccare, cosa che a mio padre, invece, permetteva. Lo avevo osservato mentre lo faceva e mi diceva di averne tastato la consistenza della gola che il ramarro a due code gli offriva affinché lo accarezzasse, quasi come fa un cucciolo di cane.
"Era di Giovanni", disse Maria che, accortasi del vagare dei miei pensieri, aveva attirato la mia attenzione pronunciando a fatica quelle parole con la sua tipica sonorità, stridula e a un tempo appannata. "se lo goda" disse ancora, una volta che ebbe riavuto la mia attenzione. Osservai l'oggetto e rivolsi il mio sguardo verso Giovanna di cui pensai fosse necessario cogliere un qualche segno di approvazione che non giunse. La sorella più giovane era rimasta algida, con gli occhi puntati sulla sagoma di Maria che, peró, non guardava. Quello sguardo quasi perso mi faceva pensare che lei non approvasse il dono che mi veniva fatto o, più semplicemente, che la cosa le era indifferente e che, quindi, ogni mia percezione del suo dolore per l'amore perduto altro non fosse che una suggestiva idea romantica che mi ero costruito osservando la coppia teneramente abbracciata della fotografia che campeggiava sul comò del loro soggiorno. Pensai che avessero parlato tra loro prima della nostra venuta e che non si erano trovate d'accordo sul fatto che io dovessi avere quell'orologio. Il mio sguardo su Giovanna, doveva, però averla lambita tant'è che i suoi occhi viola mi si posarono sul volto e le potei trasmettere il sorriso di gratitudine che pensavo le spettasse. Giovanna ricambiò con altrettanto sorriso che non si spense subito come temevo, e il suo perdurare mi diede il sollievo che attendevo. Infatti quei momenti erano intrisi di una sorta di tensione emotiva amplificata dal silenzio in cui eravamo immersi.
Fu in quel momento che, con le mani occultate alla vista di Giovanna, che restava sempre nella sua posizione arretrata, Maria mi porse un'altro oggetto avvolto in un fazzoletto bianco, Accompagnò il gesto con un apparente ammiccamento scandito dallo sfarfallio delle sue ciglia che mi parvero, in quell'istante, lunghe e seducenti. Capii che cercava una mia esclusiva complicità verso ciò che stava facendo e che, ebbi chiaro, volesse tenere celato tanto alla sorella quanto a mia moglie che era del tutto distratta dagli orecchini che dovevano esserle piaciuti molto. Misi il pacchetto nella tasca del giubbotto leggero che indossavo e, dal quasi impercettibile cenno del capo di Maria, capii che avevo fatto esattamente ciò che lei voleva.
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda CavalloGoloso » ven 19 gen, 2024 20:50

-Amelia e Santapaola-
Lavorava in un'uccelleria e su chiamava Amelia.
Stava con un compagno che, per un po di tempo pensai fosse suo marito, e che portava un cognome, per così dire, importante a Catania ma che, per quanto mi è dato di sapere, non aveva alcun rapporto di parentela col noto capomafia della città.
Amelia era alta e giunonica, ma il suo corpo era sfatto dalla maturità che era sopraggiunta senza che lei avesse mai potuto prendersi molta cura del suo corpo e, più in generale del suo aspetto, tant'è che le mancavano anche dei denti che rendevano tristemente grottesco il suo sorriso.
Un sorriso che pure doveva avere avuto un suo fascino se aveva sedotto il Santapaola che le aveva fatto fare una figlia, che conviveva con lei e che, pareva, sufficientemente devoto alla donna.
Un sorriso che, con ogni probabilità, doveva anche avere indotto Maria a ritenere che Amelia fosse una donna buona, giusta per proporle di andare a vivere nella sua casa insieme al compagno e alla figliola che aveva, rammento, la stessa età del mio primogenito.
Come sia avvenuto l'incontro e tutto quello che precedette la presentazione al sottoscritto della nuova famiglia non lo so.
Maria mi diede una vaga spiegazione del fatto che conosceva da tempo Amelia, perché in quell'uccelleria dove la donna faceva la commessa ci andava a comprare il mangime per le galline e per il colombo Giovanni.
Così come era accaduto per Nelson, Maria aveva agito in totale
autonomia, verosimilmente, anche rispetto alla sorella che non aveva mancato di mostrarmi, ancora una volta, un certo disappunto per quella repentina determinazione.
Così era! Maria era il capo famiglia, colei che dettava le regole e, pertanto, le cose si facevano come diceva lei.
Stavolta, contrariamente a quanto era accaduto con Nelson, non mi stupii di non essere stato messo al corrente della decisione di Maria.
Mi meravigliai, piuttosto, della celerità con cui tutto era accaduto e la cosa non mi aveva procurato alcun malanimo, se non fosse perché mi ero reso conto, per l'ennesima volta, che la vita intorno a me scorreva anche senza il mio intervento e che il tempo non si fermava per gli altri quando io non c'ero o ero inerte.
In fondo questa solerzia di Maria aveva un senso della cui evidenza pareva che io e Giovanna fossimo i soli a non renderci conto.
Altro non seppi di questa storia così come non seppi mai dove avevano scovato, anzi dove Maria aveva, a suo tempo, scovato Nelson.
Non seppi nulla nemmeno del rogito con cui le sorelle mute, lo appresi in seguito, avevano donato la nuda proprietà della casa di via Pavone ad Amelia in cambio della promessa di prendersi cura incondizionatamente di entrambe le sorelle.
Evidentemente Maria aveva pensato che non ci fossero ragioni per approntare cautele legali e per cui dovessi essere incaricato e, con ogni probabilità, Amelia e il Santapaola, quando fu loro prospettata l'opportunità di diventare proprietari di una bella casa autonoma e su due livelli in una zona centrale della città, fecero di tutto perché questa si concretizzasse nel più breve tempo possibile e senza alcun intralcio.
Erano passati pochi giorni da quando le sorelle avevano voluto farci quei piccoli regali e, a conti fatti, più di qualche mese da quando Maria era stata dimessa dall'ospedale il giorno in cui la nuova famigliola si era insediata nell'appartamento. Non avevano portato arredi o suppellettili, a stento dell'abbigliamento. Interpretai la cosa come se Amelia e il Santapaola avessero premura di prendere possesso della casa, di lanciare, chiaro e forte, un messaggio a quanti, immaginavano, avrebbero potuto avere una qualcosa da ridire sul nuovo stato delle cose in casa Grosso.
E che le cose stessero cambiando fu presto chiaro anche a noi. Era come se si fosse costituito un nuovo organismo vitale, le sorelle Grosso non mi sembravano più due individui distinti e avulsi da ciò che li circondava, erano diventate parte di qualcosa, di una famiglia vera e propria. Le percepii distanti, più distanti da me, avevano acquisito un'estraneità rispetto a me e mia moglie che mi inquietava. Interpretai questo mio stato d'animo come una sorta di gelosia verso Amelia e il suo compagno quasi mi avessero sottratto degli affetti a cui in fondo sapevo di non avere diritto e che in effetti non mi interessava avere.
C'era un che di familiare nell'atteggiarsi di Amelia che si era adattata perfettamente al ruolo di “padrona di casa”.
Al nostro primo incontro, si presentò con le maniche alzate esponendo gli avambracci bianchi grossi, con un grembiule indosso che le occorreva per asciugarsi le mani e un sorriso piacevole nonostante il suo evidente sforzo di celare l'assenza di qualche dente dall'arcata superiore. Ebbe premura di rassicuraci del fatto che si sarebbe presa cura di Maria e Giovanna come se fossero state sue genitrici, se non meglio, che la bambina si era già affezionata alle adorabili vecchiette e che le signorine non avrebbero più avuto bisogno di fare nulla in casa, che avrebbe pensato a tutto lei: alle pulizie, al bucato, a fare la spesa e a al dottore eccetera...
Sapevo di non potermi aspettare altro genere di dichiarazione d'intenti e che, quindi sarebbe stato assolutamente lecito che io nutrissi più d'una riserva sulla sincerità di quella donna che era sbucata dal nulla, ma qualcosa mi diceva che potevo riporre fiducia in Amelia e nella serietà del suo impegno.
Era una donna evidentemente vigorosa e determinata, di quelle abituate a sgobbare. In quel poco tempo che stette nel soggiorno delle Grosso dove, come al solito, ci avevano fatto accomodare, si era alzata due o tre volte, durante la nostra chiacchierata, per mettere a posto ora un suppellettile o per raccogliere una piuma del colombo Giovanni che, stranamente non vedevo nella stanza. Per un istante pensai, avendo un sussulto, che Amelia si fosse sbarazzata anche del volatile ma fu una sensazione che durò giusto il tempo che questi facesse ingresso dalla porta finestra in casa dove sparse tante gocce d'acqua scuotendosi vigorosamente, gocce d'acqua che Amelia asciugò, alzandosi dalla sedia che, notai, non occupava per intero ma solo il bordo, tirando fuori dalla tasca del suo grembiule uno strofinaccio a quadri rossi e blu.
Bastò quel breve incontro perché comprendessi che Giovanna e Maria non sarebbero state più un motivo di preoccupazione per me.
Giovanna se ne stava nell'angolo prossimo alla porta che dal soggiorno conduceva alla cucina e, notai, che non mi staccava gli occhi di dosso, così le rivolsi un sorriso che mi parve attendesse da quando avevo fatto ingresso in casa. Feci caso in quel momento che non avevo salutato le sorelle che pure erano presenti al mio ingresso in soggiorno e che questo era accaduto perché ero stato interamente assorbito da Amelia. La donna, infatti si era posta tra me e le sorelle praticando così un chiaro marcamento del territorio. Da quel giorno io e mi moglie non saremmo stati più persone “di casa” e nemmeno graditi visitatori, quella che era stata un'abitudine costruita sulle difficoltà delle sorelle che avevamo assecondato, adesso sarebbe cessata, Amelia fu chiarissima in proposito chiedendoci un biglietto da visita, che se le Grosso avessero mai avuto bisogno di un avvocato, lei stessa sarebbe venuta in studio da noi, che non era giusto che ci disturbassimo oltre.
Non rammento se dopo quel giorno entrai ancora in quella casa, quantomeno non in condizioni normali, in verità dopo soli pochi giorni sarei tornato a varcare la soglia della casa di via pavone per rendere omaggio alla salma di Maria.
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda beppecv » sab 20 gen, 2024 12:33

Tony
un vero piacere rileggerti e leggere la continuazione di questa affascinante storia
a presto
beppe
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Re: L'uomo Delle Sorelle Mute

Messaggioda CavalloGoloso » sab 20 gen, 2024 14:53

Grazie per l'apprezzamento, Beppe. Anch'io sono contento di leggerti. È vero latito dal forum ma non per disaffezione, questa comunità mi è sempre la più cara. Diciamo che produco assai poco e al poco tempo si aggiunge anche una certa stanchezza da cui spero di venir fuori.
L'Uomo delle Sorelle mute è nato in questo forum e debbo dire che mi stupisce il numero di visualizzazioni che scorgo e che mi induce ad aggiungerne qualche pezzo di tanto in tanto.
Se ti trovi a passare da Catania fammi uno squillo, ci prendiamo un caffè!!
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